E' che Napoli se ne cade di turisti. Una roba pazzesca, da non credere. Ce ne stanno talmente tanti che girando per le strade viene da chiedersi dove siano finiti i napoletani.
Ieri, a Castel dell'Ovo, in cui ho trascorso un'intera mattinata, si sono avvicendati americani, canadesi, svedesi, coreani, australiani, cinesi, francesi, spagnoli, tedeschi, e - cosa ancora più assurda - milanesi, torinesi, veneti.
Certo, se ne vanno in giro un po' spaesati. Oggi che è domenica trovano tutto chiuso; i decumani sono un'unica serrata; il cimitero delle fontanelle è chiuso da dieci anni e quest'anno non farà eccezione se non per l'inattesa serietà di non annunciarne inutilmente l'apertura; il programma del maggio dei monumenti è un delirio, con eventi fantasma, orari sbagliati, quindici visite guidate programmate in contemporanea in uno stesso posto, che non creano problemi di coordinamento giusto perché alla fine di guide non se ne presenta nemmeno una.
Eppure i turisti sono qui, e ci restano, e si aggirano pure con la faccia contenta.
Signori miei, ma insomma, si può sapere cosa vi dobbiamo fare più per tenervi lontani di qui, per farvi deviare sogni e soldi verso mete più degne di voi? Ma non li avete letti i giornali? Manco la munnezza vi è bastata? Che vi credete, che l'abbiamo cacciata? Ma quando mai, quella mo' torna! Ma che roba, guardate.
Vabbe', visto che siete venuti fino a qua, mo' restate, assettàteve. Lo so, sta tutto chiuso, ma che volete fa', accontentatevi, state o no nella città più bella del mondo? Jamm' bbell', nun ce penzate, venite qqua, pigliatevi 'sta bbella tazzulell'e cafè.
Consideriamo un sistema di assi cartesiani ortogonali. Poniamo sull'asse delle ascisse l'intensità del desiderio di un incontro e sull'asse delle ordinate il rapporto tra il tempo dell'incontro realizzato e quello dell'incontro sognato. La funzione risultante dalla rappresentazione del fenomeno sarebbe una curva asintotica ai due assi, che declina da una verticalità da brivido a nord-ovest a una orizzontalità stagnante a sud-est.
Per un basso livello di desiderio, il tempo effettivo dell'incontro, per quanto breve possa essere, è enormemente superiore al tempo speso a immaginarlo. Al contrario, quando il desiderio dell'incontro è molto alto, il rapporto tra il tempo trascorso a fantasticarci su e quello reale si capovolge e i dieci minuti di un caffè possono implicare un pensiero di giorni e giorni, in cui le infinite possibili declinazioni dell'evento, tutte diverse e tutte perfette, prendono corpo nel mondo dell'immaginazione. E c'è di più, perché il tempo immaginario non è complementare a quello reale, ma a questo spesso si sovrappone, nel momento in cui ci troviamo con la persona che abbiamo intensamente desiderato di vedere, spingendoci ad agire per forzare la realtà in direzione del copione che abbiamo elaborato.
Il dramma si verifica quando quello che doveva essere un asintoto, quasi piatto ma pur sempre in levitazione sull'asse del desiderio, vi si schianta contro all'azzerarsi improvviso e inatteso del tempo reale dell'evento.
Il tempo trascorso a dipingere e a declinare un incontro desiderato è sempre, sempre superiore a quello in cui questo diventa reale, e non solo quando l'incontro, per un motivo o per un altro, salta, ma anche quando (e lo si avverte soprattutto quando) questo si realizza. E anzi, la sproporzione, in quantità e qualità, tra i due tempi è l'aspetto più doloroso della realizzazione di un desiderio; quello che fa sì che il compimento di un sogno sia incompatibile con la sua sopravvivenza, con la sua convivenza con la realtà.
Come nell'Edipo re, ho acquisito una lenta inesorabile inquietante consapevolezza: mi si è ammalata la parola.
Qualche mese fa mi sono accorta che qualcosa non andava. Ho cominciato improvvisamente a sentirla quasi estranea, come uno specchio sporco, deformato, con il nitrato d'argento abraso. A volte mi si assentava per giorni, senza preavviso e senza alcuna giustificazione; altre volte, quando decideva di palesarsi, ero io che non mi ci riconoscevo.
All'inizio credevo fosse il freddo, poi l'astenia da cambio di stagione, poi il troppo esercizio fisico che sottraeva spazio alla sua fabbrica, che è il vuoto, il silenzio, la solitudine.
Mentre provavo ad ignorare il suo malessere, lei giorno dopo giorno ignorava sempre di più me, cercava di evitarmi, e quando -più per caso che per esserci volutamente cercate- ci incontravamo, mi si presentava ancora più lenta, sconnessa, debole, instabile dell'ultima volta che l'avevo vista.
Le cose sono andate avanti così fino a stasera, quando, mentre cenavo dai miei, ha deciso che era giunta l’ora di infrangere il muro di silenzi e vacuità con cui, pensando forse di proteggermi, mi aveva invece solo indebolito. Si è fatta coraggio, mi ha preso da parte e a muso duro mi ha detto finalmente la verità, che d’altra parte è sotto gli occhi di tutti: la mia parola si è ammalata del morbo di Parkinson.
La sua confessione in qualche modo è stata liberatoria per entrambe: lei si è sgravata del peso di un fardello di un silenzio diventato insostenibile; io finalmente ho guadagnato la possibilità di sostituire l’odio che cominciavo a nutrire nei suoi confronti con un sentimento di pietà e di commiserazione.
E dunque, la mia povera piccola parola soffre del morbo di Parkinson. Non trema, non batte i denti, non vacilla, ma resta bloccata sul ciglio di un pensiero e, pur con tutta la concentrazione possibile, non riesce a farsi passo, a lasciare traccia. Perdendo ogni giorno sempre più fiducia in se stessa, se ne sta rintanata in casa, vergognandosi del proprio aspetto dimesso, misero, emaciato; sentendo la propria malattia nello stesso tempo come una colpa e una giusta punizione per la colpa. L'ho vista uscire solo rarissime volte negli ultimi giorni, sotto l'incanto di una voce cui non è dato resistere, ma appena quella voce si è allontanata, tutto è ritornato come prima.
La verità è che la parola si ammala, si ammala come il tempo, come tutto. A volte si ammala di semplice raffreddore, o di febbre, o di allergia a certi discorsi. Nei casi più gravi può ammalarsi di tumore, producendo metastasi di frasi avvelenate o senza senso; di immunodeficienza, che la rende vulnerabile a qualunque pensiero infettivo; del morbo di alzheimer, con un declino progressivo delle funzioni intellettive e della memoria, con alterazioni della personalità e del comportamento.
La verità è anche che la parola è un muscolo: va nutrita, va allenata, va mantenuta, va anche accarezzata. Ché ha molto da derivare da se stessa, ma mai per sé, e mai da sola.
Si interrompe il velo di silenzio, soffice e candido come la neve, ma caldo, che ammanta il blog da qualche giorno, per dirvi che giovedì prossimo, 10 aprile, alle 21, la nostra Stefania Tallini si esibisce in un concerto di piano solo al Penguin Cafè a via Santa Lucia. Dopo il concerto, potremmo restarcene lì, o spostarci nell'antro di Hanging, o fare un'altra cosa, a vostra scelta.
Mi fate sapere chi vuole venire, così prenoto un bel tavolo sulla coda del pianoforte? :)
Sono i vuoti, non i pieni, che fanno muovere le cose. Il cambiamento non è un processo di sostituzione di una presenza, ma di riempimento di un'assenza. Per questo motivo, per capire le ragioni di una scelta, non va studiata l'estensione di ciò che è, ma la profondità del nulla che lo circonda.
L'occupazione del vuoto non è mai un'operazione esatta, senza resto. O prende meno spazio di quello a disposizione, e allora sarà un'occupazione effimera, destinata ad annegare nello stesso vuoto che pretendeva di colmare. Oppure lo esorbiterà, andando ad invadere altri pieni, a cui in parte si sovrapporrà, attraverso il compromesso; in parte si sostituirà, attraverso la perdita.
Alla fine del processo di occupazione, la geografia del vuoto non sarà più la stessa, e si riaccenderà la passione per la sua esplorazione. Nuovi confini saranno rilevati, e nuove mappe saranno tracciate, e tesori segreti, sottratti in extremis alle rovine del vecchio mondo, vi saranno sepolti, a beneficio dei più temerari e tenaci avventurieri.
Il vuoto, la perdita, sono più che inevitabili. Sono necessari. Andrebbero non solo accettati, ma cercati, costruiti, amorevolmente coltivati, come un giardino. Perché è nell'occupazione di questo vuoto - in nient'altro che questo - che si alimenta la vita.
Queste parole di colore oscuro
vid’io scritte al sommo di una porta;
per ch’io: "Maestra, il senso lor m’è duro".
Ed ella a me, come persona accorta:
"Qui si convien montar su d'un tacchetto;
ogne beltà convien che qui sia colta.
Noi siam venute al loco ov’i’ t’ho detto
che tu vedrai le genti assai sinuose
c’hanno perduto il ben de l’intelletto".
E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
Quivi sospiri, canti e gran viavai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar m'emozionai.
Diverse lingue, magnifiche gonnelle,
miscugli di odore, cabecei di mira,
luci calde e fioche, e suon di pie' con elle
facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
Alessio, P''e viche 'e Napule (per gli appassionati di Alessio, qui la versione live, con un pubblico che manco i Pink Floyd...)
In questo variegato e a un tempo monografico servizio fotografico, l’Autore esprime moltissimi concetti, spesso celandoli sotto una pila di pani da stirare, e fa del suo bucato un vero e proprio trattato sociale, non privo di richiami all’individuale e al vissuto.
Il titolo Stendimi evidenzia un chiaro richiamo erotico oltre a manifestare un bisogno di resa a un potere superiore, che sia umano o divino. Non è esente da un certo sentimento trasgressivo nel suggerire l’impiego di cordami, per un bonding a sessanta gradi con prelavaggio e ammorbidente.
Le prime quattro foto approfondiscono il tema della comunicazione e delineano un importante messaggio politico, la necessità di intese trasversali, anche tra piani e ceti diversi.
In particolare la seconda, non priva di una certa sensualità, suggerisce la possibilità di adottare punti di vista opposti e capovolti, pur mantenendo la giusta distanza tra le diverse posizioni. E’ evidente la condanna di qualunque forma di razzismo e dell’apartheid nella sfida al dogma che vuole sempre i bianchi separati dai colorati.
Molto interessante la fotografia delle mutande, nella quale la biancheria, divisa rigorosamente per genere, è disposta con lo slippino maschile in front line e la mutandozza femminile in back line: si nota un richiamo alla cultura sino-nipponica nonché un bisogno di protezione. Possiamo intuire che in qualche modo venga ribadita la superiorità del maschio, in un universo ormai destinato al lavaggio e all’asciugatura indifferenziate. In terza fila l’intimo del neonato richiama ancora la Cina e il dettato confuciano: i piccoli stiano al posto loro, dietro il papà e la mamma.
Due parole merita inoltre l’ultima foto, che chiaramente rappresenta l’Amore e le sue incognite: due file parallele abitate dagli stessi identici sentimenti . Sulla sinistra uno spazio vuoto, l’ipotesi di uno spiraglio di libertà, una via di fuga oppure il luogo in cui progettare e costruire insieme. Sullo sfondo, un cielo blu che riassume e ingloba tutto e ci restituisce la coppia in questa Gestalt perenne, similmente a una centrifuga a 600 giri.
Stendimi è un’opera complessa e articolata, che non può essere liquidata con un lavaggio veloce, ma merita molta più attenzione.