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giovedì, 26 ottobre 2006
Calo della libido? Problemi di erezione?
Basta con la chimica del viagra! Passate alla matematica!
Se pensate si tratti di una frontiera della ricerca scientifica, vi sbagliate di grosso. La ricetta è nota da secoli, e si basa sull’uso a fini sessuali dei numeri amicali, con cui già Pitagora, duemila anni fa, pare si trastullasse negli angoli appartati del suo Sodalizio.
Che tengono di speciale questi numeri? Punto uno: sono coppie fisse, e già questo al giorno d’oggi è un fatto singolare. Punto due: hanno un legame assai intimo, una biunivoca corrispondenza di amorose cifre talmente preziosa che è una vera rarità.
Insomma, per tagliar corto, il segreto della loro intesa è questo. Bisogna premettere che ogni numero sulla faccia della terra, dal più perfetto al più tamarro, tiene nel codice genetico una serie di divisori. Per esempio il 6 ha come divisori 2 e 3. Ora, non avendo una mazza da fare, ci si può divertire a sommare i divisori di un numero. Per esempio, sempre nel caso del 6, si sommerebbero il 2 e il 3. Bene, la peculiarità che rende le coppie amicali così speciali è che, se tiro il sangue a un numero A, ne analizzo i divisori e poi li sommo, ho come risultato un altro numero B, il quale a sua volta presenta dei divisori che, sommati, danno come risultato il numero A. Affascinante.
La coppia più giovane di pornoamicali è 220 e 284.
220 (che motivi di lunghezza della stringa definirei il maschio della coppia) ha come divisori 1, 2, 4, 5, 10, 11, 20, 22, 44, 55 e 110, che sommati danno 284.
La signorina 284, d’altro canto, ha come divisori 1, 2, 4, 71 e 142, che sommati danno 220.
Ora, capito il fattariello, come si usano questi amicali per aumentare il proprio appeal e, al momento topico, anche le proprie prestazioni? La risposta è facile. Ce la fornisce un numerologo arabo vissuto ai tempi di Barbablù. Si invita a cena la preda e la si stupetea con un aperitivo di vino e scemità. Intanto sotto al tavolo la mano di nascosto si dà da fare a incidere con la forchetta 284 sopra una mozzarella, una palla di riso o un panzarotto. Quando la preda comincia a scapuzziare e sull’occhio le cala la palpebra, si afferra il suo panzarotto, ci si scippa sopra un bel 220 e poi glielo si fa mangiare. A quel punto è fatta. L’afrodisiaco matematico si mette subito all’opera.
Nel giro di poche ore la cena è bella e digerita.
mercoledì, 18 ottobre 2006
L’altra sera pensavo a come con l’età sia cambiata e si sia spoetizzata la paura. Quando ero piccola, le cose che mi facevano paura erano tutte dentro di me. Le notti, appena si spegneva la luce, erano popolate dall’uomo nero, dai fantasmi, dai vampiri, dalle streghe, dalla dama rossa e dalla dama nera, e soprattutto dal mammone, che mi figuravo tutto scuro e con naso triangolare come quello della pentola lagostina. La penombra era peggio del buio pesto, ché trasformava un pupazzo seduto su una sedia in un mostro orribile che mi fissava. Erano paure terribili, violente, una roba da far accapponare la pelle, ma ero pur sempre io che le creavo. Così, quando è stato il momento, ho saputo e potuto distruggerle.
Le cose che oggi mi fanno paura sono completamente diverse. Non sono più una mia creazione artistica, ma un virus che mi è stato iniettato sotto pelle dall’esperienza. Non hanno più dimensioni disumane, volti mostruosi e nasi triangolari, ma facce e stature normali, quasi insignificanti. Oppure sono microscopiche, veloci, sfuggenti. In definitiva, sono irriconoscibili, o perché invisibili o perché si mimetizzano, e si riconoscono solo quando è troppo tardi.
Queste paure sono difficili da estirpare, perché poggiano sulla consapevolezza del fatto che siano reali, fondate, e sulla oggettiva difficoltà di difendersi. E sono diverse da quelle dell’infanzia soprattutto perché non mettono in gioco, ma –anzi- limitano la fantasia, restringendo i nostri confini di pensiero e di azione.
La paura a questa età non è una merce scarsa. L’offerta supera senz’altro la domanda. Chiunque di noi si guardi nelle tasche, sa bene di trovarci molta più paura di quella ritenuta essenziale per la sopravvivenza, eppure questo surplus non si riesce a smaltire in nessun modo. Non ci sono discariche, non ci sono inceneritori, e la raccolta differenziata non funziona. Hai voglia di separare la paura del kamikaze da quella della malattia: alla fine tutte confluiscono nello stesso sversatoio, da cui ti si ripropongono o in cui si ricombinano, adattandosi rapidamente ai mutamenti dell’ambiente circostante e diventando sempre più resistenti ai palliativi con cui ci si illude di combatterle (e su cui è costruita una fiorente economia farmaceutica, stupefacente, etilica, militare, consumistica).
La cosa peculiare è che, nonostante il fatto che il livello di guardia sia stato ampiamente superato, le persone disposte ad ammettere che sono immerse nella paura fino al collo sono pochissime, e nella maggior parte dei casi sono pazze, o ritenute tali. Chi più tiene paura, più la va nascondendo, e c'è pure chi arriva a dire che la paura -come la mafia- non esiste. Questa cosa è veramente un peccato, perché se c'è un aspetto positivo della paura è che ti aiuta a capire (e ad entrare in sintonia con) il suo portatore sano molto di più di quanto non faccia, per esempio, una vacanza trascorsa insieme, o una convivenza decennale nello stesso ufficio. Nessuno può dire di conoscere veramente qualcuno se non sa dire di cosa questo qualcuno abbia paura.
La verità è che andrebbe ripensata la maniera di affrontare il problema della gestione della paura. Se è difficile ridurre la quantità di timore che ognuno di noi si porta dentro, forse si potrebbe cercare di modificarne la qualità. Forse potremmo provare a riprenderci il potere di creare le nostre paure, di disegnarcele su misura, a nostra immagine e somiglianza, e la capacità di giocarci, di scambiarcele o di condividerle, come quando eravamo piccoli.
mercoledì, 11 ottobre 2006
No, dicevo, circa un anno fa, mi trovavo a Roma per seguire un seminario un poco pesante. Anzi, non poco pesante, assai proprio. All'ora di pranzo, non potendone più, decido di fottermene del buffet equessolidale attrezzato dal nostro ospite e di andarmi a fare un giro nei dintorni. Aè. I dintorni avevano ben poco da offrire, a parte l'aria. Come può essere triste L'EUR in zona ministeri.
A un certo punto, proprio quando stavo per cedere all’avvilimento e avotare il cavallo, avvisto in lontananza un’edicola. Mi ci dirigo come un razzo, quasi emozionata, manco fosse il paradiso perduto. Quando raggiungo finalmente una distanza miopecompatibile, mi rendo conto che quella non era un’edicola, ma una sottospecie di bancarella di libri usati, così pienazeppa di volumi che dentro a stento c’entrava una persona. E che ci stava ammassato in quei quattro metri quadrati di spazio! Venti numeri di Epoca con le foto colorate delle dive del cinema, rilegati in un megavolume con copertina rigida telata grigio sporco. Un’edizione dell’Eneide coi fogli talmente gialli che parevano carta da imballaggio. Libri tanti sulla biografia di Sanquesto e Sanquello, coi fogli incartapecoriti che a piegarli quasi si spezzavano. Su tutta la carta, indipendentemente dal contenuto, si posava come la morte un democratico dito di polvere.
Chissà perché, la mia attenzione è attratta da un libricino grande quanto una mano, con la copertina coi disegni arabeggianti, che stava impizzato dietro a un vetro, dimenticato lì da molti anni. "Robaiyat de Omar Khayyam ", c’era scritto sulla copertina, e all’interno c’erano dei testi in francese e la dedica di un amico a un altro amico datata 1947. Mentre sfogliavo quello strano oggetto, dicevo tra me e me “Il francese non lo conosco, ‘stu Caiàmm nun saccio chi è,‘stu Robbaiàt nun saccio che r’è, ma che me n’aggia fa ‘e stu coso”. Ma che sarà stato? Sarà stato forse l’odore. Fatto sta che, un attimo dopo aver concluso che ‘stu coso era inutile, mi volto verso l’omino e faccio “Quanto sta”, “Cinque euro”, “Occhei lo prendo”.
Naturalmente, manco il tempo di mettere mano al portafogli, che già mi ero pentita. Dissonanza cognitiva, diceva il professore di marketing. Pare che la cosa funzioni così: posti di fronte a una scelta dicotomica, del tipo lo compro/non lo compro, mi votto/non mi votto, la sposo/non la sposo, i pro e i contro delle due opzioni si mettono a giocare a tiro alla fune. Quando già i sostenitori della scelta stanno rocioliando a culo a terra e la vittoria degli oppositori sembra oramai scontata, il tiratore più sfigato, quello su cui nessuno avrebbe puntato manco cinquanta lire, si sceta all’improvviso e con un colpo di reni ribalta l’esito della partita. E così te ne torni a casa con un paio di stivali, un colletto sporco di rossetto, una mugliera, e però, invece di essere felice, ti senti triste, sconfitto e se potessi tornare indietro. E allora che fai? Metti in punizione l’oggetto della conquista, in un range di sfumature cromatiche che va dal nero odio al bianco noncuranza, finché senti di avergli fatto espiare abbastanza la colpa di averti sedotto. E questa punizione può pure durare per sempre.
Quella che ho inflitto al Robaiyat è durata circa un anno. E, come spesso succede, non si è interrotta per una precisa volontà, ma per una improvvisa contrazione di quel muscolo involontario che si chiama caso.
In effetti, come da previsioni, tornata a Napoli, porto il libro in una casa nuova, ma a prendere la stessa vecchia polvere. Me lo dimentico per mesi nello scaffale vicino a letto, finché qualche giorno fa non mi capita di nuovo tra le mani. Lo apro. Questo è quello che ci trovo scritto.
Sempre sulla polvere.
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