Gatti Pazzi

   Il blog delle sorellastre di Cenerentola

 

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domenica, 27 maggio 2007
 

RITORNI E ADDII

Sono tornata. Non aggiungo altro perché quello che ho vissuto in questo mese è irraccontabile. E' stato un viaggio al di là dei limiti di sopportazione, in cui ho sperimentato fino a che punto ci si possa dimenticare di essere anche un corpo, e come - opportunamente stressata - la mente possa essere deviata verso la maniacalità di un unico pensiero avvelenato che non si assopisce mai, nemmeno nel sonno.
Tutto sommato da questo punto di vista è stata un'esperienza interessante. Spero col tempo di acquisire il distacco emotivo necessario ad analizzarla in profondità.

Evvabbe'. Passiamo oltre.

Prima di tutto voglio ringraziare gurby. Gurby, UBACS e tutti quei fatti là. Facciamo che non te ne vai? Facciamo che giochiamo insieme a blog?
Poi niente, per rinfrancar lo spirito, una scena stupenda, tratta da Amici Miei, di cui avevo parlato con lei. Ugo Tognazzi, cinquantaduenne, sposato, ha una relazione con Titti, studentessa diciottenne, che ha appena scoperto a letto con un'amichetta (il "difettino"). Va a prenderla sotto scuola deciso a mollarla, la loro storia non ha alcun avvenire...

postato da HangingRock | maggio 27, 2007 08:03 | commenti (35)


giovedì, 24 maggio 2007
 

D(I)OGVILLE

dogville2-          Figlio, perché continui a ignorarmi?

-          Io non ti ignoro. Non ho nulla da dirti, tutto qua. Siamo così infinitamente distanti.

-          Non è questo che desideravo, non è questo il risultato che speravo.

-          E che credevi? Che solo perché mi hai generato, per il fatto di essere “corpo” e “sangue” noi due fossimo uguali? Tu sei spietato, di una spietatezza bestiale, inaudita. Non voglio essere come te, non voglio assomigliarti, non voglio il tuo potere.

-          Non sono umano, dunque, secondo te.

-          Oh, l’umanità sì, quella la conosci. Ma per te, che riesci a vedere così ben dentro alle passioni umane, nulla è mai nuovo. Riesci solo giudicare. Non sai fare altro, del resto. Pesi, calcoli e colpisci. E questo lo sa fare anche uno squalo. No, non sei umano. Sei una belva. Che senso potrà mai avere per te la vita degli altri se conosci già il loro destino? Che senso ha punirli, cacciarli, ucciderli se loro non sanno quello che fanno? Sei arrogante, padre, sei così arrogante...

-          E tu? Tu credi forse di essere migliore di me, tu che tutto comprendi e tutto perdoni? Pensi forse di aiutarli? Credi che non punendoli, non costringendoli a pensare, non facendo versar loro una sola lacrima li renderai o li lascerai più felici? E pensi che questa sia bontà? Amore per il prossimo? Credi che, aspettando silenzioso e gentile che si guardino davvero dentro, essi diverranno migliori per sé e per gli altri, ameranno e rispetteranno il loro prossimo come sé stessi?

-          Essere buoni è una scelta. E’ così facile, è così naturale essere delle belve, padre. E’ la legge del più forte. Tu sei solo un vecchio cane che sa sbranare. Arriverà il giorno che un altro più giovane prenderà il tuo posto e sbranerà te. Questa è la legge naturale, una legge che io non voglio osservare. Non voglio il tuo potere. Questa è una scelta. Chiamala come vuoi. Se ti va, chiamala bontà.

-          La legge naturale! Proprio tu argomenti tirando fuori la natura e le sue leggi? Tu che ti limiti a passare in rassegna gli altri, come fa l’allevatore con quegli animali da macello che vivono e muoiono nelle loro gabbie strette? Continui a far credere loro che il mondo è tutto e solo ciò che percepiscono attorno, in superficie. Non dai loro la possibilità di scegliere o cambiare perché non dai loro la possibilità di comprendere il perché fanno ciò che fanno. Tu, sei tu, senza dubbio, l’essere più arrogante di questo pianeta.

-          La mia non è arroganza, padre. Hai visto gli occhi di quella ragazza, hai visto come erano felici? E i suoi genitori, hai visto come l’abbracciavano, finalmente? Hai visto che sguardo c’era nei loro occhi? Lei non era più l’essere morboso che avevano generato. La amano, ora, perché credono che sia stato quel medico a rovinarla dalla nascita. Questa nuova verità, ora, li ha resi di nuovo una famiglia.

-          E per quanto credi che durerà questa loro nuova e fasulla verità, eh? Credi forse che dei genitori che vogliono bene la propria figlia solo perché un medico ha sbagliato un vaccino, credi che questi saranno genitori capaci di amore? No, per nulla. Senza quella pietosa menzogna avrebbero continuato a vergognarsene. Avevano generato un mostro. Questo era il pensiero insostenibile. Questo era il pensiero che gli impediva di amare un essere che avevano generato. Perché la sola esistenza di quell’essere era il segno tangibile della loro sconfitta davanti ad un piccolo mondo. E tu, con il tuo pietoso e buon silenzio, continui a lasciarli nelle tenebre. Tu, proprio tu, che vorresti esser luce.

-          Dovevo forse dirgli che non era così? Dovevo forse dirgli che stavano mentendo a sé stessi, che non volevano vedere perché era troppo doloroso? Quella verità era davanti ai loro occhi da sempre ma non hanno mai voluto guardarla, abbracciarla. Troppo dolore, fa troppo dolore la consapevolezza. Questa è la verità.

-          La verità. Che parola grossa ti ostini ad usare. Che cos’è mai la verità?

-          La verità è ciò che in quel momento una persona ha davanti, quello che crede sia il reale.

-          Ci mancava solo un altro loico in questa famiglia. Sai cosa? Mi sono scocciato di parlare con chi si rifiuta di ascoltare. Ma prima di andarmene ti voglio dire una cosa. Decidi ora se vuoi o non vuoi il mio potere o se preferisci farti uccidere giorno dopo giorno. E assumiti le conseguenze di questa scelta. Perché, sappilo, quando invocherai il mio nome sarò io a non voler ascoltare te.

 

postato da Gurbj | maggio 24, 2007 18:28 | commenti (6)


venerdì, 18 maggio 2007
 

Ma cambiamo registro...(che è meglio)

IMG_0627

Ecco fatto”, pensava. “Tutto fatto”. Aveva messo dentro tutto. Pensieri, ricordi, biglietti del treno, di mostre, una cartolina mai spedita, un pacchetto di foto, varie lettere. “Tutto fatto?!” [era un po’smemorata e approssimativa] “Massì, fatto tutto”. Aveva infilato dentro anche un intero cd [era anche ossessiva-compulsiva, metteva sempre su quella canzone in modalità repeater, pure i vicini si erano lamentati]. Si concentrò su quel buco, sfilò mentalmente desideri e sogni e li adagiò sul fondo: “non darmi il tempo di pensare non darmi il tempo di scappare non darmi tregua baciami subito mettimi nell’angolo non dare ascolto a ciò che dico ho solo paura baciami”. Prese il badile e coprì tutto. Aveva visto un film in cui si diceva che se hai un segreto di cui vuoi liberarti, devi andare in un bosco, cercare un albero con un buco nel tronco, sussurrarvi all’interno il segreto eppoi tapparlo con la cera. Nessun albero a disposizione. Solo un vaso di gerani sul balcone (poco capiente) e l’aiuola condominiale del palazzo. "E aiuola sia!" 

Il giorno dopo, si svegliò più leggera, quasi di buonumore, si affacciò alla finestra e lo vide. Un albero bello e rigoglioso. Dai rami pendevano i desideri, i sogni, le foto e i biglietti del treno. Dava parecchio nell’occhio, non c’era proprio verso di non vederlo, neppure facendo finta che tutto fosse come prima. La gente passava e diceva “carino! Siamo già a Natale?”.

Bastardo!”, pensava, “vuol proprio sputtanarmi” [era anche un po’ paranoica]. Prese una motosega, si piazzò di fianco al tronco e abbattè l’albero con viva protesta di un’ambientalista di passaggio.

Il giorno stesso, alla sera, dolorante per le mazzate ricevute dall’ambientalista, rifece il suo buco, ci rimise dentro tutto ed aggiunse anche una mezza dozzina d’insulti.

Il mattino seguente, la stessa storia. Alberone frondoso accessoriato. Chiamò la forestale che lo fece fuori in un mezzo pomeriggio perché, si leggeva nell’ordinanza autorizzativa, “creava pericolo per cose e persone”.

Alla sera riattaccò a sbucare come una talpa nell’aiuola ed aggiunse anche del diserbante. Niente da fare. Il giorno dopo stessa identica cosa.

Per cui si decise a chiamare:

-“Ciao…ecco…ti vorrei dire che ti vorrei vedere…perché comincio a pensare che ho qualcosa che ti dovrei dire, forse. Credo… Ma mica ti disturbo? Stavi facendo qualcosa?”.

- “Uh…Nulla d’importante…è che…che ho un problemino con un albero, giù in giardino

postato da Gurbj | maggio 18, 2007 14:40 | commenti (12)


mercoledì, 16 maggio 2007
 

88 cm

acqua

Quando andavo al mare, per anni e anni e anni mi sono sempre diretta sulla spiaggia. Una delle cose che mi piaceva di più, oltre al tepore dell’arena sotto il telo - un caldo morbido che si irradiava nella pancia, nello stomaco - era infilare le mani nella sabbia cocente. Una sensazione bella, di resistenza tenue, di calore che diventava tepore umido, di particelle che sfregavano contro le dita. Quando ero bambina facevo una cosa analoga anche nei negozi di agraria, coi sacchi aperti dei semi sfusi. Infilavo dentro la mano, la lasciavo scivolare tra mille piccole bucce lisce, poi stringevo il pugno. Quando ritiravo le dita, alcuni semi di panico e di miglio erano ancora lì, sul palmo aperto, sospesi, incollati, in mezzo a centinaia di impronte affossate. Ogni tanto lo rifaccio, anche adesso. Una voglia di terra, di contatto, di piacere tattile, di sentirmi di nuovo bambina.

Tornando alle spiagge, poi, non lo so che è successo. Forse una calata di barbari troppo barbari. Troppa sabbia sollevata, troppi strepiti per l’aria, troppa polvere, troppi effluvi di creme abbronzanti. Fatto sta che mi sono ritirata sugli scogli. E mi metto lì, allora, a farmi abbacinare dallo scintillio del sole riflesso sull’acqua, tra i pescatori.

Sugli scogli, anche il sibilo di frusta ritmico scandisce il tempo. Uno schiocco preciso, il fremito del filo che si srotola velocissimo sulla frizione lasca del mulinello, il tonfo del piombo nell’acqua. E’ un’arte, una filosofia, quella della pesca. Usi le mani, impari a fare i nodi e a sciogliere con pazienza matasse caotiche di lenza, frenando l’impulso a strappar via tutto, a gettare via ogni cosa. Impari ad avvertire le differenze che ci sono tra il finalino mosso dal vento, da una corrente marina o da un pesce che sta tentando l’esca. Impari ad aspettare il momento giusto per dare l’incocciata, a muovere la frizione e a far stancare l’animale. Impari ad avvertire un qualcosa che c’è anche se non si vede, anche se non si è ancora mosso. Impari la pazienza, l’arte dell’attesa, ed anche - e soprattutto - a prenderla sportivamente quando, alla fine, nella maggior parte dei casi, il bilancio è di sconfitta.

Sugli scogli c’è un’umanità diversa rispetto a quella che popola le spiagge. Tanti extracomunitari che non possono permettersi di poggiare il sedere sulle spiagge a pagamento, coppie che vogliono baciarsi e toccarsi in santa pace, amanti, donne che prendono il sole senza reggiseno, rompicoglioni attempati all’arrembaggio.

C’è un’umanità più rilassata, più scomposta, meno trattenuta. E bambini e bambine affascinati dai granchi, dalle alghe, dalle patelle, che saltellano agili tra gli scogli, allegri, pieni di stupore.

E sono qui, in pausa pranzo, il sole che mi entra dappertutto, anche nel sangue, una lucertola con le mani incrociate sotto la testa. E penso e ripenso a quella creatura.

Ottantotto centimetri. Basta pensare alla sua statura per sentirsi male. Ottantotto centimetri e quella frase: “la invito solo ad immaginare la scena”.

E per quanto si possano passare giorni e giorni dall’altra parte della barricata - cercando di sedare animi incandescenti, invitando la gente a non strappare tutto via, ad aspettare, cercando di far capire che si deve ancora accertare chi è il pazzo che ha fatto quel che ha fatto, assicurando che la giustizia farà il suo corso, invitando al silenzio, alla calma - c’è un impulso bestiale che svolazza sbattendo dappertutto anche dentro di me. Ottantotto centimetri e un’infezione in corso. Proprio un impulso diverso ma altrettanto bestiale.

Chiudere gli occhi e trovare nell’iride un rosso fuoco, pieno di scintillii di luce bianca che si muovono come batteri al microscopio. E prendere il poliedro e farlo ruotare nella mente per cercare parole pacate con cui spiegare ovvietà ad adulti che reclamano attenzione, che volgono essere compresi, consolati. Quasi che la vera vittima non esista, quasi abbia la colpa d’essere tale, quasi sia misura e metro di tanta loro inadeguatezza, di tanta cecità colpevole.

Ottantotto è un numero tondo, come quelle guance. Ottantotto centimetri è un abisso.

E subentra la nausea. Perché la razionalità, a volte, proprio non basta né puoi pensare di applicare metodologie varie a certe fattispecie di vita, di umani squallori. Perché poi il pensiero torna sempre là, con il tonfo del piombo che buca la superficie dell’acqua, a quella bambina, ai giochi finiti, allo stupore ammazzato, a quei trenta giorni di referto e a quel pensiero rotondo e razionale che continua a scorrere e dice che, alla fine, comunque vada - che lo prendano o meno, che sia lui o meno, che espii o meno, che lo mettano o meno nel braccio speciale trattamento cazzinculo del carcere - l’esca muore sempre, l’esca muore sempre.

postato da Gurbj | maggio 16, 2007 17:04 | commenti (9)


venerdì, 11 maggio 2007
 

Orfy

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Ieri, giornata pisana, nel primo pomeriggio mi trovavo in un giardino a chiacchierare amenamente con un amico, mentre un gattulo sgnauloso nero baciava forsennatamente un altro gattulo steso al sole. Gira che ti rigira il discorso, finiamo col parlare dei Dialoghi con Leucò, un libro bellissimo, scritto da Pavese. Si discorreva, con questo mio amico, della versione che Pavese aveva dato del Mito di Orfeo ed Euridice. Orfeo, giunto in prossimità dell’uscita dagli inferi, si volta appositamente. Non lo fa per la voglia di poter guardare di nuovo Euridice, per il desiderio di riabbracciarla. Lo fa perché sente di non poter più continuare a vivere con lei, ora che sa che cosa ha significato il dolore per la sua perdita, ora che sa che quel dolore, presto o tardi, tornerà...

E quanto ci hai messo a venirmi a prendere? Era anche ora, eh? Sempre in ritardo cronico sei! Non cambi proprio mai, eh? Come usciamo ti compro una clessidra gigante da appenderti al collo! Sapessi che paura ho avuto che tu ti fossi dimenticato di me…Cerbero, brutto cagnaccio puzzolente, piantala!!! Orfy, mica vorrai portarti dietro ‘sto mostro, eh? Salta come un canguro!!! Sbava da tre teste!!! Ché poi a casa i peli mica li levi tu! Mica ci stai dietro tu alle tue bestiacce! Eppoi lo sai che sono allergica ai peli agli acari ai pollini e al glutine! Lo sai che mi gonfio tutta eppoi non ti piaccio più, ciccino mio! Già che a star laggiù ho messo su un rotolo di pancetta. Dopo, quando siamo fuori, ti faccio vedere. Un dramma che non puoi immaginare! Ora facciamo una bella dieta depurativa! E si diventa pure vegetariani, da oggi in poi, sappilo! Che stai dicendo? Non ti sento mica! Orfy, mi sei mancato. Mi dicevo…mica mi vorrà smollare coma ha fatto Teseo con quella sfrantumamaroni di Arianna?! Che poi le è andata pure bene, eh? Piangi che ti ripiangi su quell’isola, il primo buon partito che è passato lei ci si è fiondata. E sapessi che dicono di lei laggiù, nell’Ade…quel che non ha fatto con quel bestione del Minotauro, la santarellina! S’è divertita, lascia perdere! Sapessi, Orfy, quanti pettegolezzi ho saputo laggiù…Oddio, lo sai Orfy che non sono pettegola…ma in qualche modo i tempi morti bisognava pur riempirli. Orfyyy…era una battuta, perché non ridi? Non sento Orfeuccio, che dici? Boh…me lo dici quando siamo fuori, eh amorino? Piantala Cerbero, cagnaccio rognoso!!! Non lo voglio in casa questo coso, sappilo! Non se ne discute proprio! Non me ne frega niente se è affettuoso! E non voglio più vedere per casa manco quel tuo amico…come si chiama…quel Giasone! Quello fissato coi discorsi di vello…di vello caprino. Orfy, perché ti sei fermato? L’uscita è poco più avanti. Eh! Fuma! Fuma! Poi ti manca il fiato! Manco ‘sta salitella riesci a fare! Scommetto che hai fumato come un ciclope quando non c’ero, eh?! Scommetto che hai fumato anche in camera, eh?! Poi tanto le tende chi le lava? E con quel che costa ‘sto viziaccio che hai! Se vogliamo prendere il mutuo per quella casetta in Tracia bisogna far tagli al bilancio, amorino mio! Che dici? Ti ho detto che non ti sento! Oh! Bisogna sempre ripeterti i discorsi un milione di volte! Stai sempre con la testa da un’altra parte quando ti parlo! Lotofago! Orfy, suvvia, vai avan…Cerbero! Bestiaccia! Guarda!!! Mi ha sporcato tutta la tunica! Ora lo prendo a calcioni ‘sto cagnaccio marcio! Tiè, bestiaccia! Orfy, che fai? Orfy??? No…NO! ORFY! NOOOooo!!!



lunedì, 07 maggio 2007
 

Patapìmpatapàm.

ciiiiip

Qualche mese fa (per l’esattezza il 14 febbraio) sono andata a Viareggio con un amico a vedere l’Arte del Sogno, un film francese di Gondry, con una Charlotte Gainsbourg davvero affascinante.

Prima di entrare ci eravamo fermati a cenare da Adone, un locale, in quei di Viareggio, in cui si mangiano solo dei panini (buonissimi! se passate da lì fermatevici). Saranno stati gli ingredienti, la digestione o l’indigestione, chissà…Fatto sta che tra una risata e l’altra c’è scappato anche l’occhio umido da foca, umidissimo. Poi è venuto marzo, aprile e maggio. La primavera, insomma. E mi trovavo a riflettere con un tipo che, in queste serate primaverili, tra la gente, dopo vari aperitivi, a volte scappano certe occhiate, certe chiacchierate fitte e fluide, certi patapìmpatapàm (diceva lui) tra le persone. E si conveniva che in quei momenti potevi pure finire per “fidanzarti” con qualcuno. “Sì…e mezzora dopo magari anche no”, aggiungevo [quando la mente sovrana riprende il suo posto alla consolle].

Ma non divago. L’Arte del sogno inizia così: “...come si preparano i sogni. Normalmente la gente pensa sia un procedimento molto semplice ma in realtà è un tantino più complicato. Come potete vedere, una delicatissima combinazione di complessi ingredienti è la chiave.  Innanzitutto mettiamo un tantino di pensieri a casaccio eppoi aggiungiamo appena una punta di reminescenze del giorno, mischiate con un po’ di ricordi del passato (è per due persone). Amori, relazioni, emozioni e tutte le altre cose che finiscono in “zioni”. Le canzoni ascoltate durante il giorno, le cose che avete visto ed altre...personali…”. Ora comincio a divagare, invece...

 

Qualcuno bussa con insistenza.

-         Salve!

-         Salve…

-         Scusi il disturbo ma… mi saprebbe dire dove sta il civico 75? Non mi oriento più.

-         E’ più avanti, stesso lato di strada. Superi il cancelletto verde, quello scrostato. C’è un glicine fiorito, non può sbagliare.

-         Grazie mille!

-         Prego! Arrivederci.

Non se ne va. Allunga la testa. Sbircia in casa dalla porta socchiusa

-         Uh!

-         Uh cosa?

-         Ha un gatto?

-         Sì. Bello, vero?

-         Già, carino.

-         Bello, ho detto!

-         Bellissimo. Ne ho due a casa, sa?

-         No. E come potevo saperlo…

-         Ah…già, infatti!

La guarda sorridendo, in silenzio. E’ imbarazzante come sguardo.

-         Eh…bene…allora via…

-         Ma sa che ha una casa carina? La trovo accogliente questa casa.

-         Senta…per caso vende folletti? Perché non ne ho bisogno.

-         Nonono…nessun folletto, neppure enciclopedie. E gli gnomi li libero nei boschi, di solito.

-         Bene…anche se un po’ la faccia di chi vende porta a porta ce l’ha.

-         Non so se è un complimento…E’ un complimento questo?

-         In un certo senso direi di sì…Ma se dio vuole ho smesso.

-         Ha smesso di far che?

-         Una volta mi bastava poco e mi ritrovavo invasa da ogni sorta di cose: materassi, folletti, enciclopedie…

-         Accidenti. Ed ora?

-         Ora metto le mani avanti. Una volta un venditore mi si è piazzato in sala per una settimana consecutiva. Pensavo di metterlo sullo stato di famiglia.

-         Uh…tende ad affezionarsi. Anch’io m’affeziono. Del resto ci si affeziona anche al colonnello delle previsioni meteo…

-         Questa battuta non è sua.

-         Già…Però deve ammettere che rende l’idea.

-         Lo ammetto. Dunque va al civico 75.

-         Già già.

-         Ma vedo che sta qui come un baccalà secco. Vuole per caso un caffè? Sta passando…

-         Nonono, grazie…Beh…Arrivederci, allora!

-         Arrivederci.

Non se ne va.

-         Perché tende a salutare così frettolosamente? Non mi da neppure il tempo di…

-         Di…?

-         Di…Non lo so di cosa…

-         Ma se è 10 minuti che mi sta dicendo che deve andarsene... Se vuol parlare parli, se deve andare vada, non voglio trattenerla.

-         E perché no?

-         In che senso perché no?

-         Perché non mi vuole trattenere???

-         Perché mi sta dicendo che vuole andare!!!

-         Ah! Già…ha pure ragione lei…

-         Senta, il caffé credo che stia andando in autocombustione. Allora, che fa?

-         Si è arrabbiata, mi spiace.

-         Non sono arrabbiata.

-         Invece il tono della sua voce deponeva per: arrabbiata

-         Lei non capisce nulla di nulla, temo. Allora?

-         Ah…bene…ma non lo so mica cosa…Sì! No!…ecco…Boh!…E’ che non riesco a prendere una decisione così, su due piedi…

-         Se su due piedi non ce la fa, può anche mettersi comodamente per terra. L’importante è che si risolva a far qualcosa che so…prima che arrivi il prossimo…capodanno?

Rimugina.

-         Ok! Ho deciso! Mi sa che proprio devo andare.

-         Allora arrivederci!

-         …Arrive…

Chiude la porta. Dopo cinque minuti sente scampanellare insistentemente.

Apre. E lì davanti. Ha in mano un piscialletto. Canta.

-         Primavera non bussa, lei entra sicuraaaa / Come il fumo lei penetra in ogni fessuraaaa / Ha le labbra di carne e i capelli di granoooo / Che paura, che voglia che ti prenda per manoooo /  Che paura, che voglia che ti porti lontanooo.

-         Le va bene che ha scampanellato e non bussato. Fino al civico 75 la devo portare per mano? Il 75 non è poi così lontano.

-         Ma no, infatti… molto più vicino...

postato da Gurbj | maggio 07, 2007 20:28 | commenti (17)


giovedì, 03 maggio 2007
 

La premessa che è opportuno fare, per questo piccolo resoconto del primo maggio nella città di Sontuttipazzi, è che molte immagini hanno richiamato spunti per storie fantasiose. Storie che peraltro rimangono lì, sospese nell’immaginazione.

 

C’era un sole mattutino, il primo maggio, che splendeva caldo nel cielo, alla faccia di tutte le previsioni.

E’ successo che non avevo per niente voglia di infilarmi in case a chiacchierare sul divano. E’ successo che mi sono data latitante, ho chiappato l’inseparabile cagnula e mi sono diretta verso il centro storico, tra le viuzze e i panni stesi, diretta verso la piazza principale.

Un lato piacevole dell’abitare in una piccola cittadina è che come vai aggiro incontri gente che conosci, con cui ti fermi e chiacchieri.

Nella piazza, infatti, incontro amici e prendiamo un aperitivo. seduttoreSi siede al nostro tavolo un tipo che ben conosco, polso già attrezzato per la manifestazione. E’ una persona poliedrica, diciamo: imprenditore edile, tuttofare, velleità letterarie, attualmente cuoco. Gira tra Russia, Canarie, Grecia, America Latina. Ci parla del suo ultimo viaggio, della sua terza moglie (ogni tanto, quando è ubriaco, si sposa). Sa un sacco di lingue e  frega le donne, tutte, colla stessa ricetta: è un  gran amante, occhio furbino, assolutamente seduttivo con qualsiasi femmina gli si pari davanti con un range che varia dai 18 ai 75 anni. Poi passa metà tempo al cell cercando di spiegare all'inferocita di turno che sta da tutt’altra parte del mondo e che il loro, forse, non era un amore destinato a durare. Aveva un anello al dito, ultimo bottino amoroso.

Comincia ad arrivare gente del corteo. piazza e bandiere Abbracci, baci, indipendentisti sardi, bella gioventù, amici tra la folla, ex “cognato” con cane, Bakunin, ex collega, gente con stivali e speroni.sardegna l liberaSex collegabuffalo e il sol dell

merenda in piazza

 

Improvvisano un banchetto a base di pane, affettati, formaggio, fave e vino che viene spillato da una damigiana.

Anarchia mutietnicaC’è pure una rappresentanza africana con annesso tipo che pare proprio in assetto assolutamente mimetico. Partono canti anarchici davanti ad un’agenzia immobiliare. garofani rossi

Belli anche i garofani che occhieggiano dappertutto, rossirossi e profumati.

Mi fermo a parlare con la gente che mi colpisce di più. Tipo il “nonno”. Un tipo con la faccia mite, elegantissimo, 85enne. Lo guardo e mi fa tenerezza. Mi vien subito voglia di adottarlo, con quel musetto grinzosino e stempiato. Finiamo con il parlare fittamente. Mi mostra le cicatrici che ha sul corpo. Cicatrici cheloidee sui polpacci in cui si riconosce ancora l’angolo acuto di un ferro da stiro. Cicatrici sulle mani. Gli avevano spezzato le dita. E mi racconta che è stato deportato a Mauthausen . Era un partigiano. Però delle soddisfazioni se le è tolte, dice. “Facevo parte del GAP, gruppi di azione patriottica. Ci dicevano: quello è una spia, quello è un informatore. Noi andavamo e li facevamo fuori” “Nel senso che…li uccidevate?”Altrochè. Ne ho fatti fuori settantacinque”. Lo ha detto come se avesse, sbadigliando, constatato che era proprio una bella giornata di sole. Adotta anche tu un candido nonnino!mani rotte

Si avvicina un altro ottuagenario, anche lui super elegante. “Che bella gioventù!...Mi spiace non essere più in forma, mi spiace proprio quando vedo tutta questa bella gioventù” “Eh...ma adesso si gode la pensione!”. Ridacchia. “Non ho versato molti contributi, io”. Sghignazza così tanto che gli balla la dentiera. “In 50 anni ho svaligiato non so quante banche in tutt’Italia e non mi hanno mai preso. E non mi guardare così. Le banche sono associazioni a delinquere istituzionalizzate”. E come dargli torto.

Poi c’è uno che cerca “Scatulina” tra la folla (in dialetto. Significa “piccola scatola”). Qui, in quest’ameno posto, molte persone hanno soprannomi. Però, “Scatulina”, non l’avevo mai sentito. M’informo. Chi è mai costui? “Come chi è! E’ Albe’!” “Albe’??? Ma è morto!” “Eh, appunto. Siccome si è fatto cremare, la sua signora ogni tanto lo porta in giro, nella sua scatulina. Volevo vedere se lo incontravo” “Ah…lo porta in giro?”Altrochè…Lo porta al bar a salutare gli amici, gli cambia la scatulina…”. Guardo attorno. Peccato, peccatissimo! “Scatulina” non c’è.. 

Gonzales! Pedrito!Con il sole sulla zucca e con un discreto quantitativo d’alcool in corpo, inneggiando “libertà e pace” tutti si scambiano effusioni varie, baci e abbracci, pacche calorose, inviti. E così vengo reclutata per un pranzo in un paese a monte, cagnula compresa, l’unica, forse, ancora non in evidente stato di ubriachezza.

Questo pranzo è organizzato da un tipo che conosco. Aveva un ristorante. Un ristorante…oddio…forse è troppo. Un posto sulle colline in cui c’era, di giorno, una mescita di vino a bottiglia, tavolacci di legno con sopra lastre di marmo unte e macchiate di rosso, panche con incisioni varie, odore di nicotina incollato all’intonaco. Per poter cenare prenotavi due giorni prima. Lui chiudeva la saracinesca, ti serviva cose che ti stendevano (trippa, baccalà, cinghiale, vino a fiumi per cifre davvero modeste) mentre tu, dentro, potevi cantare fumare, ballare sui tavoli o abbioccarti agonizzante sul piatto. Lui non faceva una grinza.

La casa ha tutt’intorno del verde. Faccio il primo incontro. Un’asina chiamata Maria Federica. Il proprietario del posto mi spiega che aveva quel nome la sua ultima compagna. Se ne andò con uno che, secondo lui, era un vero e proprio asino.     

C’è il tipo della tipografia anarchica con la chitarra che comincia a suonare. Partono lasagne stordellate, muscoli ripieni, arista con asparagi, vino a litri, fave, formaggio, dolci e grappa. la cozza ripienaPartono canti a squarciagola. C’è gente che viene da Firenze, da Lucca, dalla Puglia. Conosco uno scultore. Ha dietro il suo catalogo. Guardo le foto in bianco e nero delle sue sculture e vengo rapita dalle curve, dalla leggerezza e dall’eleganza che riesce ad imprimere alle sue opere. I nudi in marmo hanno tensione, sembrano avere un’anima, sembra che da un momento all’altro si possano muovere. Scolpisce senza bozzetto, mi dice. Se è vero, penso, è un genio. Mi parla di Guadagnucci, uno scultore che ha 90 anni suonati (un satiro, anche, pare) e del suo modo di scolpire in mutande sul piazzale alla sua veneranda età. Conversione 2

Intanto un tipo, che nella sua carriera onorata ha sfasciato non so quanti negozi, arredi pubblici, pali di segnaletica varia e anche qualche poliziotto, sbaciucchia amorevolmente un cane. Mi spiega che attualmente lavora come manovale e che, anche lui, ha incontrato Dio. Però è più simpatico di Ferretti. E’ francescano.

Un altro tipo, di Firenze, fa il commercialista. I suoi discorsi, ad inizio pranzo, erano molto politically correct. A sera lo sento dire che l’unica soluzione per risanare la borsa e i mercati finanziari è quotare in borsa la topa.

Quando il grado di allegria rischia di sfociare in grado di alcoolismo, faccio presente che è tempo di andare. Intanto una coppia scoppia sotto in nostri occhi. Si insultano a gran voce. “Tu ti vergogni di me”, biascica lei ubriaca fradicia. “Ma sei scema! Ma se mi facevo le pere per la città fino a due anni fa… secondo te…mi vergogno di qualcuno???”. Interviene a sedare l’alterco un baffone. “Levati di mezzo tu” gli dice il fidanzato della tipa “sei più ubriaco di noi”. “Non sono ubriaco per niente, bello”, replica il baffone sputazzando: “Sto proprio a stampo, io. Sono così a stampo che posso trombare te e lei contemporaneamente anche per quattro volte di seguito”.

Eh sì…è proprio l’ora d’andare.

 

postato da Gurbj | maggio 03, 2007 11:54 | commenti (15)